I marciapiedi non sono “suolo pubblico”, perché sono gestiti dalla criminalità organizzata, che controlla lo sfruttamento sessuale delle persone in strada. Oltre trenta le nazionalità delle persone coinvolte nel traffico di esseri umani. Le donne che si prostituiscono in strada sono in maggioranza straniere, con una netta prevalenza di donne nigeriane (50-60% secondo il monitoraggio delle unità di strada) e provenienti dall’est europeo, soprattutto dalla Romania (circa il 20% del totale), ma anche da Bulgaria, Moldavia e Albania. Per le donne albanesi in particolare si registra un ritorno in strada, dopo una fase di diminuzione riscontrata alla fine degli anni Novanta. Le donne di provenienza marocchina, nazionalità in crescita, sono generalmente di età più matura, mentre le ragazze dell’est europeo sono più giovani. L’età media delle donne in strada sta, nel 60-70% dei casi, al di sotto dei 25 anni. In aumento è anche la prostituzione in strada delle donne cinesi, generalmente più sfruttate nella prostituzione in-door. Il fenomeno della prostituzione in appartamento, non essendo visibile, risulta di difficile monitoraggio ed è ancora più difficile per gli operatori raggiungere le donne sfruttate.
In Italia, nel periodo tra il 2000 e il 2006 l’Oim Organizzazione Internazionale Migranti, ha stimato la presenza di 16-26 mila persone vittime di tratta presenti in Italia, mentre 50.000 persone vittime di tratta, secondo la Caritas Italiana, hanno transitato nel territorio italiano nello stesso periodo. Secondo i dati raccolti dal Dipartimento per i diritti e le Pari opportunità, nel 2007 sono state accompagnate ai servizi (sociali, sanitari, legali) 45.331 persone trafficate e 11.541 vittime sono state inserite in progetti di protezione sociale. Sono 5.653 i permessi di soggiorno rilasciati.
La prostituzione in strada si esercita prevalentemente nelle zone industriali e periferiche delle grandi città e lungo le arterie statali e provinciali che collegano i centri urbani con i Comuni dell’hinterland. In strada, la distribuzione delle nazionalità è definita da uno zoning chiaramente rintracciabile: «la suddivisione del territorio per etnia – spiega Simona Meriano per Tampep (Transnational aids/std prevention among migrant prostitutes in Europe project) – è generata dalla spartizione del territorio tramite accordi delle diverse reti criminali che guidano il traffico delle persone prostituite e dalla naturale tendenza di costituire un gruppo omogeneo per nazionalità da parte delle stesse donne».
L’attività delle Unità di strada, composte da operatori sociali, mediatori culturali e in qualche caso operatori sanitari, consente di osservare i cambiamenti che avvengono nel mondo della prostituzione. Le Unità di strada hanno come metodo di lavoro l’andare a cercare le persone. La loro scelta è di stare nei luoghi della prostituzione, per capire, per offrire alle persone aiuto, ascolto, se desiderano accompagnamento ai servizi socio sanitari. Le prime Unità di strada furono quelle di Giovanni Bosco, poi le Piccole Sorelle, poi le Unità di strada più moderne, i camper delle associazioni laiche e cattoliche.
Di recente affermazione è il fenomeno della “prostituzione di ritorno”: «alcune donne, che avevano smesso di esercitare la professione di prostitute o anche molte che non si erano mai prostituite – afferma Alessia Balbo, in rappresentanza dell’Unità di strada di Tampep – sono costrette a farlo dalla mancanza di alternative per guadagnare denaro sufficiente al proprio mantenimento o a quello della famiglia di provenienza. Si tratta in genere di persone non più giovanissime».
La prostituzione delle persone transessuali presente in strada risponde alle esigenze di una clientela che cerca la trasgressione e spesso in questi casi il rapporto sessuale si accompagna all’assunzione di sostanze stupefacenti: «il finesettimana di sballo è in qualche modo sentito come lecito dai clienti – spiega Marco Voltolina, per l’Unità di strada del Comune di Venezia -. L’assunzione di sostanze stupefacenti abbassa la percezione del rischio sanitario che si corre e sono frequenti i rapporti sessuali non protetti». Non esiste, per la prostituzione transessuale e dei travestiti, una vera e propria rete criminale di sfruttamento internazionale: «tutto viene gestito internamente alla comunità trans – spiega Porpora Marcasciano, per il Mit (Movimento identità transessuali) – l’arrivo della persona dall’estero, l’ospitalità per i primi tempi. Successivamente si richiede la prostituzione come una sorta di regalo, di gratitudine per essere riusciti a ‘sistemarsi’».
Uno spaccato particolare sul quartiere torinese di San Salvario, fa emergere un quadro della prostituzione in strada differente:«le donne più giovani qui sono sui 30 anni, molte altre sui 40-50, altre hanno anche più di 60 anni. Ognuna di loro ha alle spalle una storia familiare molto pesante e destrutturante, che causa loro molta sofferenza, instabilità e una dipendenza affettiva molto forte da chi in realtà non le ama, ma approfitta di loro e prende i loro soldi». Una testimonianza che, come afferma Mirta Da Pra Pocchiesa, coordinatrice dell’incontro e responsabile del Progetto Prostituzione e Tratta del Gruppo Abele «è utile per comprendere che, al di là delle cifre, esistono le singole storie, a cui approcciarsi con rispetto e accoglienza».
Dai dati raccolti incontrando e ascoltando prostitute e clienti, le unità di strada stimano che su 10 clienti 8 richiedano rapporti sessuali senza preservativo: «premesso che non c’è una fascia sociale, economica o di età in cui ascrivere il cliente ‘tipo’, dato che si va dai 18 ai 70 anni – ha spiegato Alberto Mossino per l’Unità di Strada del Piam (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) – sono i ragazzini e le persone in età più avanzata a rifiutare l’uso del preservativo». Esiste però una clientela di abituali, in età tra i 30 e i 40 anni e di ceto sociale medio-alto, che è più attento alla tutela della propria salute e che perciò si distingue dal dato medio.
«Le motivazioni che muovono i clienti quindi – riassume Mirta Da Pra Pocchiesa – sono il divertimento, la ricerca di prestazioni sessuali fuori dalla routine, la solitudine e in alcuni casi la ricerca di affetto più che di sesso. In alcuni clienti, la molla ‘salvifica’ li spinge ad innamorarsi della donna a cui richiedono una prestazione sessuale e la accompagnano ai servizi di accoglienza».
«Le ragazze che incontriamo nelle nostre uscite – continua Giusy Loggia per l’Unità di strada del Progetto Prostituzione e Tratta del Gruppo Abele – ci richiedono l’accompagnamento per la denuncia degli sfruttatori tramite l’articolo 18, chiedono aiuto per le pratiche di regolarizzazione, ma fanno anche richieste essenziali come cibo, abbigliamento, farmaci da banco. Queste richieste arrivano soprattutto da quelle donne che stanno cercando di uscire dal circuito della prostituzione forzata, ma che non riescono a sostenersi economicamente se non prostituendosi».
Nell’ottica di una prevenzione sanitaria, le Unità di strada si avvalgono di convenzioni con gli ambulatori, con i consultori e i reparti di Malattie infettive degli ospedali di zona per offrire alle donne l’opportunità di fare degli screening e curare infezioni dell’apparato genitale. Nell’ottica della prevenzione del danno, durante le uscite sul territorio, le Unità di strada distribuiscono presidi sanitari e generi di conforto. Vengono inoltre distribuiti opuscoli informativi multilingue per diffondere l’adozione di pratiche sessuali più sicure e per far conoscere i servizi e le opportunità offerte a chi ha intenzione di lasciare la strada.